Nuovi, piccoli, manicomi criminali o «residenze per l’esecuzione misure di sicurezza sanitaria».

di Antonella Necci

Nelle Rems prevalgono le funzioni carcerarie e questo in tutte le strutture del Lazio, (sono 30 in tutta Italia), create in sostituzione degli ospedali psichiatrici giudiziari, gli Opg, che servono per ospitare gli autori di reato malati di mente, prosciolti perché incapaci di intendere e di volere.

La legge del 2014 ha cancellato gli ergastoli bianchi dove chi entrava restava in cella per sempre. Avrebbe dovuto determinare una svolta. Due i capisaldi. Priorità a misure non detentive disposte dal giudice sulla scorta di progetti di cura dei servizi sanitari. Inoltre, nascita di centri con requisiti prevalentemente terapeutici.

Invece in almeno tre delle quattro Rems sorte nel Lazio ha prevalso la vecchia logica, come risulta nella cosiddetta gabbia a Subiaco o nella terrazza blindata di Palombara. Gli operatori sanitari lavorano in una situazione difficile, ancora con pochi mezzi e strumenti ma con grande motivazioni. Non sono sempre facili i rapporti con i servizi di salute mentale del territorio. Molto rigida la magistratura nel concedere le attività esterne, indispensabili per la riabilitazione sociale. Situazione denunciata da Stefano Cecconi, promotore del comitato Stop Opg, e dall’associazione Antigone che hanno visitato le Rems laziali di Pontecorvo, Subiaco e Palombara. Manca solo quella di Ceccano. «Queste residenze avrebbero dovuto accogliere i cosiddetti “folli rei” per avviarli verso la riabilitazione e il recupero sociale fino all’invio in case famiglia e comunità alternative. E in effetti in molti casi è successo, una trentina di internati sono stati infatti dimessi e c’è stato un turn over».

Le associazioni sono molto preoccupate. C’è più attenzione alla detenzione che alla cura. Inoltre, i magistrati stanno interpretando le Rems come un parcheggio di persone che dovrebbero essere destinate altrove: 4 internati su 10 sono soggetti a misura di sicurezza provvisoria o «provenienti da libertà e arresti domiciliari». Luoghi di scarico dove il malato di mente in riabilitazione si trova al fianco dello spacciatore. Un sistema che non vede la naturale collocazione di moltiI pazienti degli ex Opg laziali, i quali si trovano in lunghe liste d’attesa.

Le strutture mostrano le stesse caratteristiche: pesanti dispositivi di sicurezza ben visibili. L’ingresso è vigilato, porta col metal detector, obbligo di consegna di telefonini, documenti, borse, le porte delle stanze hanno oblò per guardare l’interno, spoglie le camere da letto, ovunque telecamere. A Subiaco la zona d’aria è tappezzata da sbarre fino al soffitto, a Pontecorvo il corridoio ha un reticolo d’acciaio che oscura il cielo. Niente giardino, minime le attività sociali. Gli operatori sono mossi da forti motivazioni e passione. Basti pensare che, soprattutto all’inizio, le poche uscite all’esterno sono avvenute su loro iniziativa. Mancando quella di servizio, hanno utilizzato l’auto privata.

In ottica del tutto diversa si deve interpretare, pertanto, la restituzione al territorio del Santa Maria della Pietà di Roma.

Si chiede ad associazioni e cittadini una partecipazione per la riqualificazione dell’area che già da anni funge da costola dell’ospedale limitrofo San Filippo Neri.

La innegabile funzione di supporto ASL del Santa Maria della Pietà ha però spento quel poco di Rem che ivi era rimasto. E la riqualificazione dell’area non tiene certo conto delle esigenze di una ex Rem, anzi, si tenderà sempre più ad inglobare questa, che è una eccellenza nel panorama sanitario italiano, in una funzione non più di sostegno agli strati più deboli della popolazione o al recupero di eventuali casi penali estremi, ma bensì ad un luogo sanitario d’ élite. Un manicomio 3.0 o meglio una residenza sanitaria riqualificata. E tanti saluti sia alla legge Basaglia che al recupero di casi umani difficili.

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